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“The Lady”: la poca attenzione del pubblico verso grandi temi

Una storia come poche. Una donna che lotta tutta la vita per il suo Paese, un documentario firmato da un grande regista che esce alla vigilia delle elezioni e mobilita l’opinione pubblica (se mai ce ne fosse bisogno). La donna, Aung San Suu Kyi, viene eletta al parlamento, dopo anni di lotta.

C’e’ pero’ qualcosa che non quadra in tutta la vicenda: il film in questione non e’ riuscito a riscuotere il successo di pubblico sperato ai botteghini. Un’occasione quindi per interrogarsi sulla realta’ del pubblico, italiano e non.

Pubblichiamo qui di seguito una lettera scritta da una amica, Olivia Musini. Con la Good Films ha deciso di distribuire la pellicola in Italia e ci dice quali le sue riflessioni…il risultato e’ complicato, come immaginerete: credere in una pellicola ma non vederla sfondare come si sperava! Nel frattempo chi non lo ha ancora fatto puo’ ancora andare a vederla.

Uno dei motivi per cui lavoro nel cinema è perchè ritengo che, nonostante gli infiniti cambiamenti della nostra società negli ultimi anni, il cinema sia ancora un’arte comunicativa di grandissimo impatto. Se da una parte, sempre più, i film sono di evasione ed intrattenimento puro (grazie anche all’enorme sviluppo tecnologico, viviamo nell’era del digitale e del 3D), dall’altra esistono ancora casi sporadici in cui vengono fatti film importanti di contenuti attuali, che costringono a una riflessione, a un confronto, a una voglia di informarsi.
“The Lady” di Luc Besson è uno di quei film. Il film racconta la storia di una donna, Aung San Suu Kyi, che ha deciso di abbandonare tutto ciò che aveva di più caro, suo marito, i figli adolescenti, la sua vita londinese, per sacrificarsi per il suo paese e il suo popolo. Da anni questa donna lotta, relegata agli arresti domiciliari, per riportare la democrazia nel suo paese, la Birmania, in cui vige un regime militare. Suu Kyi ha vinto il premio Nobel per la pace nel 1991, ma non ha potuto ritirarlo, in quanto agli arresti.

Per la prima volta dopo 20 anni di lotte, Suu Kyi, grazie allo svolgimento di elezioni regolari, Il 1° aprile 2012 ha ottenuto un seggio al parlamento birmano.

Distribuire un film come “The Lady” non vuol dire avere la presunzione di cambiare le cose in un paese così lontano da noi. Vuol dire però tentare di sensibilizzare un pubblico poco informato. La pellicola è ovviamente bandita in Birmania (ha raggiunto il record assoluto di pirataggio, per fortuna!!) e in alcuni paesi limitrofi.

La Good Films ha ritenuto necessario distribuire un film del genere. E’ stato fatto un lancio promozionale importante ed è stata promossa la campagna “Send a message” ispirata al celebre messaggio di Aung San Suu Kyi “Use your freedom to promote ours”: tante persone hanno inviato un video messaggio di solidarietà alla leader birmana. Tanto è stato fatto, ma non abbastanza. Il film non ha avuto successo, non solo in Italia ma anche nei paesi in cui già è uscito, tra cui la Francia, patria tra l’altro del regista Luc Besson.
La riflessione d’obbligo post uscita del film è stata che la gente non è interessata a questo genere di storie. Chiudersi due ore in una sala cinematografica a seguire le vicende di una mamma che abbandona i suoi figli, di una moglie che non andrà a salutare il marito in punto di morte perchè preferisce rimanere agli arresti domiciliari e lottare per il suo paese, un paese così lontano, di cui sappiamo poco o niente, non è forse particolarmente “entertaining”. E’ vero, non lo è. E’ qualcos’altro. E’ istruttivo innanzi tutto, è il modo più semplice e immediato per avvicinarci a una cultura così diversa, ma appartenente a un paese che fa comunque parte del nostro globo terrestre.

 

La verità è che qui in Italia (il film come dicevo non è andato bene negli altri paesi, ma non posso giudicare il pubblico all’estero che non conosco) la gente fatica a interessarsi a film che avvicinano alla nostra stessa cultura, alla nostra storia, alla nostra politica di ieri e di oggi, ai film di denuncia. Allora forse non dovremmo stupirci troppo se non ci si interessa alla cultura, alla storia, alla politica della Birmania. Ovviamente non è sempre così, e ci sono casi (remoti!) in cui film del genere hanno ottimi risultati al botteghino; non ho nessuna intenzione di definire il pubblico Italiano come ignorante e apatico, forse però poco interessato e spesso disilluso

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