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Israele e Italia, diversi respingimenti

In questi ultimi giorni il mondo del web italiano e’ stato bombardato da una serie di informazioni e immagini che riportavano respingimenti di gente “non gradita”.
Da un lato il video dell’uomo tunisino rimpatriato su un volo di linea e messo a tacere con dello scotch sulla bocca. Dall’altro i giovani (e meno giovani) italiani respinti da Israele mentre cercavano di raggiungere la Palestina.

 
Per giorni mi sono interrogato su queste due immagini. Da amante di Israele ma fermo critico della sua politica, ho trovato la decisione di Israele di respingere i manifestanti sbagliata. I giovani cercavano di raggiungere la Palestina e credo che (nonostante non condivida con loro neanche un centesimo delle posizione anti-israeliane) l’isolamento geografico di Gaza sia una tragedia e una colpa di Israele allo stato attuale. Rinfaccio pero a questi manifestanti l’essere diventati sostenitori della causa anti-israeliana, invece che della causa pro-palestinese. Voler aiutare un popolo in grande difficolta’ (quello palestinese) e’ molto diverso dall’aizzare l’odio verso lo Stato israeliano….come gia’ ho avuto modo di scrivere su questo blog i nemici del popolo palestinese dimorano tanto a Tel Aviv quanto a Gaza, e questo Vittorio Arrigoni lo sapeva bene.

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Il tram della pace: un messaggio per quest’anno?

Tra qualche ora per gli ebrei di tutto il mondo inizia il Kippur, il digiuno annuale che prepara ognuno ad affrontare il nuovo anno (10 giorni esatti dopo il capodanno). In questo giorno gli ebrei di tutto il mondo si guardano dentro e intorno, analizzano i propri errori e si preparano per il perdono, le scuse e un nuovo anno. Oggi vogliamo pubblicare un testo ricevuto da un caro amico che vive a Gerusalemme: nella complessità del conflitto israelo-palestinese, questo testo è interessante….che sia questo l’anno per ricominciare un dialogo rotto da troppo tempo (certamente per colpe molteplici da entrambe le parti)? Noi ce lo auguriamo.

 

Nonostante tutto il 19 agosto di quest’anno Gerusalemme ha smesso di essere una città divisa.
La capitale israeliana è sempre stata considerata da tutte le fazioni il centro del conflitto, ma non solo, anche l’essenza stessa dell’irrisolvibile tensione tra arabi ed ebrei, tra israeliani e palestinesi. Tra ebrei ultra religiosi e laici, tra l’idea di stato moderno e conservatore. Infinite linee invisibili dividevano, infatti, la città in tutti i sensi. Ogni via, ogni muro, qualsiasi divisione fisica o spirituale era un buon pretesto per delimitare e separare: fin qui siamo noi dall’altra parte “l’altro”.

Quando 11 anni fa (ebbene sì anche in Israele la media di costruzione è di un kilometro di binari all’anno) il progetto del treno iniziò si pensava che sarebbe stato un nuovo oggetto di contrasto. Da una parte osteggiato dai Palestinesi: i binari, infatti, sarebbero passati da Gerusalemme est rendendo ulteriormente difficile una possibile divisione della città. Gli ultra religiosi ebrei, dall’altra, non vedevano di buon occhio i mezzi pubblici dove uomini e donne siedono vicini; insomma, sembrava scontentare tutti.

Tutte queste preoccupazioni sono evaporate in un solo caldissimo venerdì estivo. Tutte le etnie e le religioni si precipitarono per vedere e per godersi la novità: il tram incominciò a sfrecciare, assai lentemente in realtà, per le vie della città. All’improvviso ogni differenza e diffidenza sembrarono sparire, in quel piccolo, caldo e lentissimo tram dove tutti gli abitanti di Gerusalemme erano diventati uguali, nel bene e nel male. Uguali nel lamentarsi, nello spingere e nel non capire niente di come funzionava quel serpente meccanico che attraversa e trasporta persone nelle strette vie di Gerusalemme. La conclusione della mia esperienza ferroviaria è una: il tram è la metafora di Israele e del conflitto, siamo tutti nella stessa situazione, sballottati, accaldati e incazzati nella stessa metaforica barca. Non resta che vedere dove il viaggio andrà a finire.

Daniele Lanza 05/10/2011

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Quando una primavera palestinese?

Vittorio Arrigoni era un convinto oppositore di Israele e di tutto cio’ che aveva legami con il sionismo. Il suo blog, drammaticamente abbandonato al momento della sua scomparsa, e’ colmo di affermazioni sulla realta’ molto dure. Troppo per chi come me ha invece un giudizio della questione diametricalmente opposto. Detto questo, pero’, Vittorio non c’e’ piu’. Come tutti i giovani che hanno perso la vita per quello in cui credevano, nutro rispetto per lui, in un modo o nell’altro.

Oggi pero’, mentre sul web continuano i commenti sulla Freedom Flotilla, sui manifestanti a cui e’ stato vietato l’ingresso in Israele per manifestare (si badi bene, europei, non palestinesi) e sul recente viaggio di Bersani in Medio Oriente voglio condividere con voi uno degli ultimi articoli di Vittorio per Peacereporter. Un articolo in cui il nemico dei palestinesi sembrano essere i propri leaders, piu’ che l’odiato vicino.

Tutti quelli che hanno a cuore la situazione palestinese dovrebbero cominciare a pensare a questo: qual’e’ il nemico del popolo oggi? Il cattivo Israele o una classe dirigente che pur di mantenere lo status quo continua le lotte interne? Quando il popolo palestinese riuscira’ a liberarsi da una parte di classe dirigente certamente non all’altezza (si badi bene, non che quella israeliana oggi sia la più virtuosa)?

Molti dissentiranno con me, ma lo stesso Arrigoni e’ stato ucciso da una realta’ palestinese. La sua liberta’ di pensiero era temuta e questo la dice lunga sulla situazione che si vive oggi a Gaza.

Articolo di Arrigoni

LUI

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Is this freedom?

Adoro Vauro Senesi come vignettista. L’ho seguito anche con affetto durante Anno Zero e non scorderò mai la sua capacità di sorridere di fronte agli attacchi beceri della Sig.ra Santanchè. Rispetto anche la sua libertà intellettuale e il suo attivismo, ma mi chiedo: la Freedom Flotilla, in attesa di salpare verso Gaza, è veramente utile per il popolo palestinese?

Il vignettista sta tenendo una rubrica su Il Manifesto, che vi invito a leggere, per capire a fondo la questione.

Di recente ho letto dei commenti disgustosi su Facebook di esponenti della comunità ebraica italiana che si interrogavano su come fermare la Flotilla. Io mi limito a dire che violare acque internazionali non serve a curare le vere sofferenze del popolo palestinese. L’unica soluzione è e rimane la creazione di uno stato che possa affiancarsi a quello israeliano. Purtroppo però l’attuale establishment israeliano (molto lontano dagli alti livelli dei tempi del Nobel) e l’attuale classe politica palestinese non sono all’altezza della sfida. Le persone pensanti della Freedom Flotilla dovrebbero abbandonare la nave e lottare in modo più intelligente, perchè la classe politica palestinese si unisca e perchè israele sia obbligato ad accettare una soluzione del conflitto. I tempi del “pro-palestinese” e “pro-israeliano” sono finiti da tempo. Ora c’è chi lotta in modo costruttivo e chi invece no.

LUI

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