tre.no

diversamente parlato

TAG | New York

Analisi sui trasporti urbani (milanesi)

 

Motorini, biciclette, metropolitana, taxi, macchina privata. Come ci muoviamo noi in città?

Leggendo oggi su Linkiesta mi hanno colpito i dati su Milano, Berlino, Londra. Ma vista la polemica sull’aumento del costo del biglietto dei mezzi pubblici milanesi (di cui LUI aveva già scritto tempo fa) da 1 euro a 1.50 vediamo un po’.

 

Facendo un rapido conto…

Immaginiamo di possedere un motorino Honda Sh 125 e di usarlo tutti i giorni.
Il motorino consuma circa 25Km/litro. Calcolando che si percorrono circa 10.000 km all’anno, si arriva a 400 litri di benzina da comprare in 12 mesi. Considerando che il prezzo della benzina è di circa 1.5 euro: si calcola che si spendono circa 600 euro all’anno di benzina.

A cui si aggiungono le spese per l’assicurazione, il bollo, riparazioni varie..e si arriva tranquillamente ai 1.000 euro.

La metropolitana di Milano costa 30 euro al mese, in un anno si arriverebbe a circa 360 euro (meno per gli studenti). Ovviamente la metropolitana di Milano non offre la possibilità di viaggiare la notte per cui bisogna aggiungere la spesa per un taxi o per uno spostamento in macchina o con un mezzo privato. E questo potrebbe alzare la spesa notevolmente.

In metropolitana si evita però il traffico. Pensando, per esempio a città come New York o Tokyo, questo potrebbe essere un fatto fondamentale!

 

Consideriamo poi che la metropolitana costa (in euro):

  • Milano: 1,50 al giorno – 30 al mese
  • Londra: 4,7 al giorno – 123 al mese
  • Berlino: 2,3 al giorno – 74 al mese
  • Madrid: 1,5 al giorno47 al mese

Non voglio semplicemente dire che dovremmo accontentarci, ma penso che l’aumento del costo dovrebbe servire per migliorare un servizio che è ancora molto inferiore rispetto alle altre capitali europee. Sia come km percorsi, numero di stazioni sul territorio urbano, sia come orario (ridotto). E forse migliorando potrebbe diventare una vera alternativa ai mezzi privati, non solo per gli evidenti vantaggi economici ed ecologici, ma anche per la comodità. Così siamo tutti più contenti.

LEI

 

· · · · · · · · · · ·

New yorkers do it better

E alla fine lo hanno fatto prima gli americani, i Newyorkesi.

Sono scesi in piazza, hanno occupato le carreggiate del Brooklyn bridge: “Take the Bridge”. Hanno rischiato l’arresto, si sono fatti arrestare. Ecco glli indignados di New York.
Manifestano da giorni, ci sono persone che dormono nelle tende, proprio come a Madrid e a Tel Aviv. Nel racconto di Maurizio Molinari si legge che sono organizzati, hanno un giornale, hanno “occupato” un parco. Si chiama Zuccotti Park, è molto vicino alla Borsa. Ma non si tratta di un gruppo compatto, la protesta di Wall Street è composta da persone di età, ideali politici, appartenenza culturale molto diversa. Però qualcosa li ha uniti e li tiene uniti con i cartelli alzati e con le tende serrate perchè tra un po’, di notte, comincerà a fare freddo.


Il gruppo Occupy Wall Street nasce contro le logiche dell’alta finanza di Wall Street, contro le corporazioni, per le persone, dicono.

 

Un’amica vive lì, a New York, a Wall Street. Le abbiamo chiesto cosa ne pensava, ha aperto la finestra e ha scritto:

Migliaia di persone sotto casa. Un uomo barbuto va in giro con un cartello: Satana controlla Wall Street. Nessuno lo guarda. A New York ce ne sono altre centinaia come lui, tutti i giorni tra gli homeless, i folli sulla metropolitana. Da due settimane però a Liberty Plaza non è solo: performance artists con scoiattoli in testa, uomini e donne che anche solo per i loro “rugged clothes” sono in contrasto con le business suits.

E’ un’atmosfera europea per scopi, ma americana nel suo spirito. Non sembra un’occupazione, ma Woodstock.

Ragazzini con chitarre e sacchi a peli sono quelli che reggono di più alle intemperie e veterani hippies portano i bambini piccoli, girano nudi, cantano tutto il repertorio di Hair e Jimi Hendrix, campeggiando la notte e cucinando torte e biscotti. Indignados è una parola che quasi nessun americano, neanche i protester conosce o usa. Il loro messaggio sta negli slogan ironici o auto-ironici, prodotto forse di una generazione cresciuta a pane e Facebook. Quegli slogan che finiranno sui programmi satirici di Jon Stewart e Stephen Colbert. Quelli che Michael Moore, che spesso passa e saluta la folla, metterà nel prossimo documentario.

Il messaggio è il più comprensibile e umano: niente capitalismo eccessivo, basta con l’esagerazione della negatività dei media, le divisioni di classe. Purtroppo quello economico viene sommerso da altri demands e “missioni politiche” (altre guerre, Israele, idee religiose) e alla fine la domanda costante di tutti è: What does Occupy Wall Street want?
Tra homeless, giovani che devono ancora buttarsi nel mondo del lavoro e attivisti di ogni genere, sembra, almeno al passante, al neighbour – che anche se la crisi dovrebbe essere la normalità di chi lavora, chi è qui a combatterla non è proprio l’americano medio, l’average Joe. Sarà un bene o un male? Chissà…
Certo, le famiglie che tornano a casa stanche dal lavoro, quelli che vanno al 9/11 memorial, i construction workers, continuano la loro vita stringendo i denti. Di sicuro condividono ogni idea, ma col lavoro, la vita a 200/h newyorkese, quell’energia che implode e esplode ogni giorno a Manhattan, chi ha tempo per fermarsi?

Benedetta Grasso 

LEI

 


· · · · ·

A NYC a passeggio dopo l’Uragano

LUI è andato a spassarsela in Malaysia. Io ero negli USA quando è arrivata Irene, l’uragano. Precisamente a Fire Island, isola davanti a Long Island.
L’isola è stata evacuata e siamo dovuti “scappare” a New York. Prima che chiudessero i ponti, prima che sbarrassero la metropolitana, prima che si allagasse il sud della città.

Non avete idea di quanto allarmismo abbiano lanciato i media. Roba da cardiopalma.
Telegiornali, Radio, Titoli, Strilli, tutto parlava solo di Irene, della sua potenza devastante, di quanto dovessimo prepararci al peggio. A New York hanno chiuso la metropolitana. Cioè hanno messo un nastro che bloccasse l’entrata, perchè a NYC non è previsto che la metro chiuda. Rimane sempre aperta, giorno e notte, 365 giorni all’anno, e non possiede grate o saracinesche.

Istruzioni precise sulla plastificazione dei documenti, sulla valigia da preparare, sul cibo da comprare con urgenza, sul fischietto che sarebbe stato utile (?) che ogni famiglia comprasse, sono state distribuite da tutti i giornali, riviste, magazines, volantini. Creato il panico: code davanti ai supermercati, le farmacie inondate di persone.
Poi alla fine l’uragano è arrivato a NYC. La città si è fermata. Central park si è svuotato. Le strade hanno smesso di brulicare, i marciapiedi non fumavano sotto la pioggia come succede sempre, ma erano deserti. Irene è arrivata, di notte, nel silenzio più totale che NYC non conosceva. Ma è arrivata sotto forma di temporale: T-Storm, temporale tropicale. Niente di che, un po’ di vento, 8 ore di pioggia torrenziale.

Non dico che non ci siano danni e capisco che dopo la devastazione di New Orlans non si possa scherzare. Le misure di sicurezza, la prevenzione è diventata altissima. Capisco che sia meglio informare i cittadini e prepararsi al peggio. Ma i giornalisti forse forse hanno un pochino esagerato? Era il caso (credo) di spiegare che l’uragano partiva da molto lontano, doveva risalire tutta la costa per arrivare a NYC, partendo dal New Mexico, e sarebbe arrivato al Nord  solo con una potenza minima. Insomma credo che sia compito dei media anche tranquillizzare e dare la giusta dimensione alle informazioni.

LEI

· ·