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Lavoratrici invisibili, in redazione
30 ott 2011 · Giovani · 27 Commenti
Abbiamo ricevuto questa lettera e la pubblichiamo volentieri. Denuncia l’ennesimo malcostume nel mercato del lavoro italiano. La redazione di un quotidiano nazionale, appartenente ad un noto partito politico, a dimostrazione che la poca attenzione verso il lavoro di giovani professionisti non ha colore. Attendiamo commenti e repliche.
Caro Tre.No,
perdonerai lo sfogo, ma sei giovane, precario, pieno di energie che non hai la possibilità di far fruttare al massimo, quindi ci rivolgiamo a te, perchè sappiamo che ci capirai e ci aiuterai a denunciare quello che vogliono farci credere sia la normalità. E che noi non dobbiamo permettere diventi tale.
Siamo due giovani giornaliste, accomunate ai nostri coetanei principalmente dalle condizioni precarie del nostro impiego. O meglio, dei propri impieghi, perchè avere un lavoro solo oggi non basta. E poi è sempre meglio averne uno di riserva…
Fino a febbraio dello scorso anno ciascuna di noi faceva la sua vita. Quotidianità diverse, città diverse, storie diverse. Poi, è iniziato tutto. Così, che quasi non ce ne siamo rese conto.Ci è stato proposto di diventare responsabili della pagina milanese di Terra, il quotidiano di partito dei Verdi, proprio nel momento in cui ai piedi della Madonnina ha iniziato a diffondersi un’aria che in Lombardia, ma forse in Italia, non si respirava da tempo. E così, a polmoni aperti, ci siamo buttate nella nostra avventura. Insieme, senza tregua, le palpebre immensamente aperte e le orecchie instancabilmente tese. Per non perderci nulla.
La passione prima di ogni altra cosa, la voglia di essere parte di un progetto nuovo, vivo con tanto da dire e tanto da fare. Il sentirsi artefici del domani. Ecco cosa ci ha spinte a mettere da parte dei lavori precari, ma retribuiti, per buttarci nel “futuro in potenza” di Terra. Sai, è strano, nonostante tutto quello che è accaduto, noi, guardandoci indietro, non riusciamo a non ricordare che emozioni positive. Anche in quei momenti in cui l’ansia da “chiusura” del pezzo ci trasformava, rendendoci irriconoscibili, aveva una sua funzione. Ma il ricordo dei nostri sguardi complici dopo un’intensa giornata di lavoro valeva anche l’ansia. Perché quel lavoro era diventato la nostra vita e non c’era niente che potesse venire prima di quello. Nemmeno i nostri pazientissimi fidanzati.
Ma poi, poi …Poi quella passione che sembra darti la carica per affrontare qualsiasi cosa non basta più. Lo senti proprio dentro. Perché c’è chi la pensa diversamente forse, ma anche la passione ha bisogno di essere pagata. E no, non intendiamo un pagamento monetario. La passione, il carburante più duraturo e meno inquinante che esista al mondo, ha bisogno perlomeno di essere compresa. Insomma, parliamo del riconoscimento del proprio lavoro, che sì, passa anche attraverso i soldi. Parliamo di quella pacca sulla spalla di cui tutti, almeno una volta nella vita, hanno sentito il bisogno. Di quel “brave, bene così”. Ma anche di quel “no ragazze, quel pezzo è una cazzata”.
E invece niente. Abbiamo coperto la pagina di un quotidiano nazionale tutti i giorni, come due fantasmi. Invisibili ai superiori se non per assecondare i giochetti e gli equilibrismi politici a cui un giornale di partito deve sottostare e invisibili per i nostri conti in banca. Ma facciamo i numeri. Dall’inizio del nostro lavoro (ottobre per una e gennaio per l’altra) ad oggi siamo state pagate due volte, giusto per tenerci buone (1500 euro una e 2000 l’altra, in 7 mesi). In tasca, un contratto da collaboratrici esterne. Così esterne che tutti i giorni se entro le 13 non si mandava il timone e se entro le 17 non si mandavano i pezzi, arrivava la telefonata dalla redazione centrale di Roma. Così esterne, che sulla pagina di Milano di Terra c’era scritto “a cura di Anna Pellizzone ed Erica Sirgiovanni”. Così esterne, che il mondo politico milanese, quello ambientalista e quello della società civile, ci conosceva come “giornaliste di Terra”. Così esterne che eravamo diventate il riferimento di una rosa di collaboratori che ci portavano le loro proposte e a cui noi ad un certo punto ci siamo trovate costrette a dire “non pagano”, perchè noi la verità avevamo il coraggio di dirla. Ma anche quel contratto così poco fedele alla realtà non è stato rispettato.
E così è arrivato anche per noi il punto di non ritorno; perchè poi si sa, prima o poi, arriva per tutti. La pazienza non bastava più. Le false promesse di pagamento, le lunghe mail inviate a vuoto e le telefonate senza risposta erano il metro che ci era stato fornito per misurare quanto la nostra dedizione e il nostro impegno fosse stato apprezzato. Allora succede una cosa strana, una cosa che forse in pochi possono capire. Succede che ti imponi di dire basta, di tenere al guinzaglio la passione, e te lo devi imporre perchè la tua mente sembra essere tarata diversamente. Ti fermi, ti guardi indietro, cerchi di farti da scudo con l’orgoglio e tutto diventa una questione di rispetto verso te stesso. Perché sai che nessuno ha il diritto di trattare te, il tuo tempo, il tuo impegno, il tuo entusiasmo, la tua fatica, la tua vita senza rispetto. Senti che non puoi permetterglielo e fai saltare ogni tipo di compromesso tra chi ti prende in giro e i tuoi principi. E dici basta.
Arriva l’estate, torna settembre e in men che non si dica tutto cambia. O forse non cambia niente. Abbiamo fatto un passo indietro nel silenzio e nel totale disinteresse della redazione romana. Abbiamo comunicato a direttori e vicedirettori la nostra intenzione a lasciare quel lavoro, in cui tanto avevamo investito e creduto, perché quelle condizioni di lavoro per noi non erano accettabili. Perché non ci consentivano di pagare le bollette e di comprarci la pagnotta, sì, ma soprattutto perché non ci consentivano di sentirci delle persone, aventi diritto alla propria dignità professionale. Perché a questo punto bisogna avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, anche a costo di sembrare retorici, e le parole giuste in questo caso non sono altro che sfruttamento e frustrazione.
Comunichiamo dunque la nostra intenzione ad abbandonare la gestione di Terra Milano. Non so bene cosa ci aspettassimo a quel punto, ma poco importa. Quello che importa è che non abbiamo ricevuto risposta. E allora abbiamo capito che, oltre che di noi, della nostra pagina non glie ne fotteva un bel niente a nessuno. Che non c’era alcun tipo di progettualità. Editoriale, lavorativa, politica, umana, imprenditoriale… Niente di niente. Solo l’opportunismo di “riempire” il giornale con una pagina a costo zero. In un momento in cui Milano era al centro delle cronache nazionali.
Quello che rimane è tanta amarezza per il pressapochismo e per la stupidità umana. E la soddisfazione di scrivere una lettera come questa, di commuoversi buttandola giù, a quattro mani, come spesso abbiamo fatto negli intensissimi mesi a Terra Milano. Di sentirsi dire a distanza di mesi che la pagina dopo la vittoria di Pisapia “Miracolo a Milano” era una gran bella pagina. Di sapere che chi ci perde di più in fondo non siamo noi. Perché l’intelligenza sta anche in questo: sapere prendere ed apprendere il massimo da qualunque cosa il mondo, la vita, gli amici e i nemici ci sbattano in faccia. Certo rimangono indelebili i segni, e le cicatrici bruciano e continueranno a bruciare ma di una cosa possiamo andar fiere: noi comunque siamo diventate ricche prendendo due lire. Mentre “loro”, “loro“ sono sempre più poveri. Perchè hanno perso noi, ad esempio, e la nostra voglia di prenderci in mano il futuro, senza sconti, rimboccandoci le maniche. Cosa che comunque continueremo a fare, perché non possiamo farne a meno.
Caro Tre.No, ora dobbiamo riprendere fiato. Che ne sarà del nostro futuro professionale non lo sappiamo, al momento stiamo percorrendo altre strade, ma quel che è certo è che di fiato ne tireremo fuori tanto e ancora tanto. Anche solo per continuare a raccontare storie come questa.
Un abbraccio a te e a tutti tuoi lettori, che, siamo sicure, almeno un pochino si riconosceranno in questa storia.
Anna ed Erica
giornalismo · meritocrazia · Milano · Precari · Terra · Verdi
La rivoluzione puo’ aspettare
14 lug 2011 · Giovani · 3 Commenti
Facciamo un salto indietro, 1 Gennaio 2011, Carlo Antonelli, direttore di Rolling Stone Italia twitta un augurio per il 2011: ”Nel 2011 mi auguro di veder esplodere in Italia il conflitto sociale di ben tre generazioni (20,30,40 enni) nei confronti dei gerontocrati assassini di futuro, nessuno escluso”
Sono passati piu’ di sei mesi e non e’ successo niente, magari dopo le vacanze…vi basti sapere che tra i commenti sullo stesso quotidiano da lui diretto c’e’ chi lo ha consigliato come capo del centro-sinistra per questo tweet.
LUI
Italia: abbiamo realmente bisogno di tutti questi Dottori senza prospettive?
13 lug 2011 · Giovani · 5 Commenti
Mentre l’Italia sembra affondare anche economicamente, mentre sempre più spesso sento commenti del tipo “era ora, andiamo a toccare il fondo per poi ripartire”, mentre è chiaro che il problema è la scarsa fiducia degli investitori internazionali in un Paese dove aspettiamo ancora le riforme per aprire un mercato del lavoro che ormai puzza di morto, mentre le sciocchezze della classe politica ormai ci hanno stufato….Ricevo e pubblico una lettera di un’amica dottoranda tra Padova e la London School of Economics, Elena Crivellaro. Una di quelle giovani che forse dovrebbe essere finanziata meglio dal suo Paese per non abbandonarlo.
Il tema: vale ancora la pena fare sacrifici per un’istruzione superiore? Non sarebbe forse giusto inserire più numeri chiusi per limitare l’eccesso di offerta dei laureati nel mondo del lavoro? E infine: indebitarsi per un titolo di studio (come succede nei Paesi anglosassoni) vale la pena?
LUI
L’istruzione media degli italiani e’ significativamente cresciuta nel corso degli anni, a partire dall’inizio del secolo scorso. Questo fenomeno, che a prima vista puo’ sembrare molto positivo in quanto sintomo della diminuzione delle disuguaglianze in termini di istruzione, non manca pero’ di ombre.
Guardando in dettaglio, si nota che l’offerta di laureati e’ piu che raddoppiata negli ultimi 40 anni in tutti paesi sviluppati (US e Europa), accompagnata pero’ da una diminuzione dei guadagni da lavoro di questi laureati.
Ha senso l’aumento dell’istruzione media se comporta meno reddito nella vita lavorativa futura?
I cosidetti “rendimenti dell’Universita’” (returns to college) vengono misurati non in valori assoluti rispetto ai salari dei laureati, ma relativamente ai guadagni dei meno istruiti, dai qui la misura, comunemente usata in economia, detta college wage premium. Questo indica la differenza di salari tra laureati e diplomati. Ed e’ proprio usando questa misura che non si capisce quanto sia negativo l’eccessivo aumento del numero dei laureati.
Evidenze empiriche mostrano che il college wage premium e’ aumentato, nonostante la netta espansione nel numero di laureati. Tuttavia questo e’ semplicemente dovuto al fatto che il salario medio dei lavori che richiedono bassa istruzione e’ diminuito maggiormente rispetto al salario medio dei lavori che richiedono laureati.
Se nel mercato dei laureati c’e un eccesso di offerta, il mercato dei diplomati ha subito un netto cambiamento e una forte diminuzione della domanda. Questa massiccia espansione nel numero dei laureati ha quindi modificato lo scenario e la relazione tra istruzione e retribuzione. Si e’ passati da una situazione in cui coesistevano un’elite istruita (con salari alti) e una mediocrita’ non istruita (con salari medi), ad una in cui coesistono una mediocrita’ istruita (con salari medi) e una “feccia” non istruita (con salari estremamente bassi).
Un altro problema che sorge spontaneo visto l’eccessivo numero dei laureati e’ quello della sovra-istruzione (overeducation). Con ciò si intendono i lavoratori che vengono impiegati al di sotto del loro livello d’istruzione ufficiale, principalmente a causa di una carenza di altre competenze, di una qualità scadente della loro formazione o di un inserimento inadeguato nel mercato del lavoro.
Gia nel 2001 il 33% dei laureati, svolgeva un lavoro per il quale la laurea non è considerata un elemento necessario (fonte Istat.). E questa cifra e’ solo aumentata negli ultimi anni.
Se quindi inizialmente non si coglieva l’effetto negativo dell’eccessivo aumento del numero dei laureati, ora , sempre di piu’, si inizia a vedere come i salari di ingresso dei giovani (per le generazioni nate dagli anni Sessanta in poi), nonostante la crescita del loro livello medio di istruzione, si siano abbassati (e si stiano abbassando progressivamente). Questo svantaggio iniziale non viene più colmato nel corso della loro storia lavorativa ma, anzi, solo peggiorato.
College wage premium · Istat · Laureati · meritocrazia · Precari · Returns to college · Università
Vivere al di sopra o al di sotto?
9 lug 2011 · Giovani, Mondo · 3 Commenti
Sono ormai da qualche tempo parte integrante di una città, Londra, che cerca in tutti i modi di fare vivere i suoi abitanti al di sopra delle loro possibilità. I giovani studenti cominciano ad andare in overdraft (sotto) con le loro carte di credito già al liceo. Le banche sponsorizzano offerte continuamente e la pratica di chiedere un prestito per andare all’università è molto diffusa. Già al 15 del mese cominciano ad aggirarsi (anche nella zona della City) facce da “sono già in overdraft, quando arriva il mensile? E il bonus annuale?”.
Di contro in Italia vige l’immobilismo, per lo più. I soldi si nascondono sotto il materasso (o nei mattoni di investimenti immobiliari) e i giovani tendono a non fare molto uso dei prestiti e degli overdrafts messi a disposizione dal sistema bancario.
Qual’è la strada giusta? Di recente mi trovavo in Grecia per lavoro e ho potuto vedere confermati i miei dubbi sulla situazione economica della crisi del S.Europa. In Grecia per anni si è vissuti al di sopra delle proprie possibilità. Tutto era pagato a credito e oggi che il sistema bancario ha collassato, se ne vedono i risultati.
Sembrerebbe una domanda banale, certo, la mia, ma credo che invece dica molto della dinamicità di un Paese. In Italia, dove pagare un aperitivo con un bancomat o carta di credito è considerato impossibile (anche nella grande Milano), la tendenza a utilizzare solamente i soldi che si hanno ci rende immuni alle problematiche del credito e ai collassi finanziari, ma anche schiavi solo delle disponibilità economiche della propria famiglia. Lacosiddetta “mobilità sociale”, quindi, si inceppa. Un giovane di 28-30-35 anni evita di indebitarsi per macchina e casa (anche in affitto), ma decide di ususfruire liberamente dell’ospitalità genitoriale e della vecchia punto rossa (scassata) della madre insegnante. Chi già ha, ha, chi non ha si accontenta (e invecchia).
Personalmente la mia indole mi rende inacettabile l’idea di vivere al di sopra delle proprie possibilità, ma forse mi sbaglio. Non sono forse investimenti quelli fatti sull’università e sulla libertà dal nido famigliare? Indebitarsi per inserirsi, ad esempio, nel tessuto dinamico di una grande città Europea in cui poi trovare un lavoro e un futuro non è forse una possibilità concreta per i “bamboccioni”?
LUI
Banche · Grecia · Londra · meritocrazia · Milano
Le quote rosa sono legge
30 giu 2011 · Attualità · 1 Commento
A partire dal 2012 i consigli di amministrazione dovranno essere composti da un quinto di donne, ovvero il 20% dei componenti, mentre dal 2015 la percentuale passerà a un terzo. Così il parlamento italiano è intervenuto per cercare di colmare la segregazione femminile nei ruoli marginali e nelle posizioni più alte.
Penso che la normativa sulle quote rosa sia un successo, ma penso che non basti per colmare la differenza che esiste nella distribuzione dei ruoli, fra uomini e donne, in Italia. Oltre alla legge, oltre ai numeri, bisognerebbe cambiare il sistema meritocratico nel nostro paese. Bisognerebbe far sì che uomini e donne contino come individui, singoli, e non solo perché uomo o donna. Garantire la meritocrazia porterebbe a una più naturale distribuzione dei ruoli, evitando segregazioni di genere.
Il punto su cui bisognerebbe ancora insistere è cercare nuovi provvedimenti che migliorino le concrete possibilità delle donne di competere per ottenere posizioni alte, senza dover fare una scelta radicale di vita, che le costringa a rinunciare ai figli e alla famiglia. Avete mai sentito di un uomo che ha dovuto promettere di non sposarsi e di non avere di conseguenza figli, all’azienda per evitare di perdere il lavoro?
E’ solo un esempio per spiegare come esista ancora in Italia un situazione poco equa nella distribuzione delle posizioni alte fra uomini e donne.
LEI
